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Le Tavole di Benazzi

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Le Tavole di Benazzi
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Le Tavole di Benazzi

(opere su carta)

San Vincenzo - Palazzo della Cultura

20 luglio 2003 17 agosto 2003









L'umanesimo di Benazzi
di Stefano Renzoni

Per arrivare a Rapperswil da dove dico io si fa un grande giro; si sale in cima ad una montagna eppoi si cade giù a precipizio, tra i tornanti a gomito di una strada altrimenti liscia liscia, a far da confine a una fuga ininterrotta di campi e di boschi e di persone che vi si affannano. Ma lontane e piccine, silenziose e piccine.
In questa discesa l'arrivo in città assume il valore di una sorta di contrappunto, di dissonanza. Lì, nelle anse slabbrate del lago di Zurigo, tra i picchi distanti del castello e i più bassi triangoli dei tetti delle case, una rete di strade si costruisce e si rifonda - ora più ora men fitta -, a ricordarci come anche lì, in Svizzera, la natura si valorizzi proprio in ragione della presenza di una civiltà che la comprende. In questo senso par finalmente di capire come la bellezza della natura non sia affatto autosufficiente, ma tale da scaturire dal confronto con il consorzio degli uomini, bella dunque agli occhi di chi la guarda e la contende. Ai nostri, insomma.
Nelle Trasparenze di Raffael Benazzi, che come è noto in quelle zone ultramontane ha vissuto e trascorso parte della gioventù, lo scrutinio del dato reale prende avvio dal lavoro sulla riproduzione di un paesaggio, così netto e spiccato e immalinconito da rammentare certi episodi di Caspar David Friedrich; ma si tratta di variazioni sullo stesso paesaggio e senza concessioni all'aneddotica, come se quello avesse assunto su di sé l'incarico di alludere alla natura nel suo complesso. Su quel paesaggio Benazzi sovrappone immagini, trasparenti per l'appunto, che pur senza interrompere il tracciato dello sfondo lo valorizzano come parte di un colloquio dell'ambiente naturale con manufatti lisci e levigati come certe opere minimaliste- di Richard Serra e di Sol LeWitt, a ricordarci che le Trasparenze furono realizzate nel corso della permanenza dell'artista negli Stati Uniti.
La natura insomma in queste opere di Benazzi ci appare non come un'entità liricamente trasfigurata e a sé stante, concessa alla pura contemplazione, sebbene esaltata dal confronto con il lavoro dell'uomo, o meglio con quelle strutture stereometriche e dilavate che l'artista per l'appunto costruisce in legno, quasi ad indicare una possibilità conoscitiva dei meccanismi di quella stessa natura, nell'intento parrebbe di riscattarla con la traccia dell'uomo (il suo lavoro), e non già con la sua mera presenza.
Allo stesso modo stanno le Architetture. A prima vista esse sembrano evocare in lingua moderna certe Carceri di Piranesi o i dipinti romani di Granet, un incalzare fitto e gremito di corridoi e penetrali, pavimenti ed archi che non si sa dove conducono, ammesso che conducano. Ma, se stiamo al gioco, sembrano "Carceri" rifatte da un pittore metafisico, una sorta di De Chirico senza manichini, una rincorsa di quinte sceniche di nuovo senza gli attori, senza un grido, senza una pausa.
Se da un Iato tutto questo assicura l'attitudine di Benazzi alla conoscenza del funzionamento interno delle cose, una ossessione per il disvelamento di quello che sta sotto e dietro la superficie (così in certe sue opere degli anni Sessanta, dove gli involucri glabri e netti si spaccano ad esibire l'intreccio dell'interno, come nelle sculture di Fontana o Pomodoro), dall'altro non possiamo sottrarci al pensiero di come quelle architetture solitarie si riferiscano alla Certosa d'lttingen, una delle più belle e chiassose di turisti di tutta la Svizzera, ma qui per l'appunto ancora private della diretta presenza dell'uomo.
I corridoi d'lttingen e le loro sorprese spaziali sembrano così essere fatti della stessa qualità delle Trasparenze, se è vero che la collocazione delle barriere lignee in mezzo al bosco non appaiono come testimonianze solenni e isolate, ma come elementi produttori di possibilità spaziali, di percorsi inediti e sconosciuti: un modo nuovo di leggere ed interpretare e vivere la natura, così come la romanica solennità di quei corridoi sperimenta nuove facoltà espressive sul piano dello spazio totalmente ricostruito.
In questa prospettiva i monumenti di Benazzi si pongono come entità antimonumentali, dissolvendo la loro carica iconica nel gioco delle possibilità spaziali e delle alternative prospettiche di una natura che si valorizza come fattore dialogico a confronto con i manufatti artistici e che, grazie a questi, appare come ricostruita.
In questo modo allora l'esito dell'applicazione sul legno situato all'aperto funziona come una riattribuzione di senso alla natura medesima, come il tentativo d'interpretare il contesto ambientale come funzione del vivere, e non come semplice schermo contemplativo.
Se insomma le Architetture rimandano ad un fatto tipicamente umano pur senza descriverlo, le Trasparenze s'impongono per una forza che non attinge alla narratività e dunque all'affabulazione (non figure allegoriche, non cavalli in corsa, o divinità seminude, o eroi in guerra, o borghesi in redingote), ma alla forza essenziale del lavoro dell'uomo che trasforma le cose e le predispone per una nuova esperienza.
In questa prospettiva ha allora senso parlare di un'esperienza che in qualche modo risente della land art, proprio perché Benazzi punta ad un'opera capace di trasformare il nostro modo di percepire l'esperienza estetica: non più immobile e solipsistica contemplazione, ma partecipazione attiva nel tempo e nello spazio (quelle lastre e quelle barriere èhe invitano all'attraversa mento degli spazi e dunque a vivere l'esperienza di un'opera che punta a confondersi con l'ambiente circostante e con la vita).
Ma ugualmente le opere di Benazzi disposte nei boschi rimandano ad una scelta eminentemente plastica, fatta di volumi lisci e levigati, alla maniera di Max Bill forse, o di Jean Arp, o di Alberto Viani, o di Constanti n Brancusi, o forse più semplicemente a quella di Raffael Benazzi. Così come pure nella serie dei Bozzetti le composizioni che dominano la quinta paesaggistica - quelle Casette dell'anima che, più che citare Giacometti, paiono un affettuoso omaggio a Jules Bissier -, puntano a verificare l'effetto di un colloquio tra artificio e natura.

Cosicché le proposte territoriali delle Trasparenze e dei Bozzetti, o quelle più rigorosamente spaziali delle Architetture, si ricompongono nella disciplina intellettuale di un uomo che fa dell'attività artistica prima di tutto un mestiere nel senso più antico e piùalto, come luogo di attività dei cambiamenti e delle trasformazioni, di opportunità per ricomporre e dare un senso al fare e al pensare. Nel momento in cui Benazzi pensa lo spazio della Certosa di Ittingen, o i percorsi plastici dei suoi legni piantati nel bosco, si riconosce il senso di un'azione umana e della fatica del compierla, il rumore dei passi di coloro che stanno per invadere la scena per viverla e sentirla, i fiati e i sospiri di chi sta per animare l'ambiente. E così i larghi gesti barocchi delle sue sculture, le rotondità fini e rifinite di quei suoi volumi siglati in forme nette da una mano assidua che li ha lavorati e tradotti in forme stereometriche, funzionano come indizio dell'autentica vena espressiva di Benazzi: come di un'attività artistica che, rifiutando qualsiasi idoleggiamento concettuale, viene restituita alla sua dimensione fabbri le, artigianale in senso alto, nella convinzione che non esiste salvezza individuale se non nel fare, nel lasciare una traccia dietro di sé, nel ricomporre in maniera individuale un universo di oggetti che diventano una personale interpretazione del mondo. A beneficio non solo del mondo ristretto degli appassionati d'arte, ma di quello più generale degli uomini e delle donne. Dunque anche a vantaggio di voi che vedrete questa mostra, e di me che vi ho scritto sopra.


Le Tavole di Benazzi
di Serpoohi Pilosian

Punto di partenza delle tavole di Benazzi è quasi sempre una fotografia in bianco e nero stampata in serie, sopra la quale l'artista interviene con una significativa variazione sul tema. E' importante premettere che Benazzi è in tutto e per tutto un artista spaziale. In una sua scultura, un cubo per esempio, ma anche una forma organica, Benazzi è sempre rivolto all'esplorazione e alla scansione dello spazio, dal millimetro agli ambienti circostanti.
In queste opere su carta, applicando anche solo tre linee, Benazzi modifica e ricostruisce l'ambiente dell'immagine fotografica originaria, traducendo una nuova realtà. Semplici linee a matita, in bianco o nero, sono studiate per occupare una precisa posizione. Oppure della carta viene incollata sopra altra carta - collage: per suggerire una nuova immagine nell'ambiente. Uno spazio nello spazio.
Il processo si sviluppa ancora: si registrano profondi mutamenti nel colore stesso. A colpi di spazzola Benazzi crea delle fasce di colore sulla superficie in bianco e nero. La coloratura il suo tono, il suo valore - è anche un ulteriore mezzo votato alla metamorfosi.
L'applicazione del colore è spesso progressiva, e procede a più strati, con l'unico obiettivo di raggiungere una superiore qualità. Inoltre le linee vengono modificate per vitalizzare l'esperienza della linea stessa.
Poi la stampa fotografica stessa è divenuta l'oggetto del cambiamento. Benazzi ha moltiplicato l'immagine di partenza da Iato a Iato, oppure in verticale, al punto che il soUofondo è divenuto parte integrante del cambiamento.
Tutti questi meticolosi e precisi interventi, rivolti alla trasformazione degli spazi, hanno un implicito comune denominatore. La luce. Una luce diretta. Ma il tutto non si fonda su un banale e comune desiderio di luminosità. Lo sguardo di Benazzi è rivolto ad un orizzonte più ampio. Non congetturale. Non allegorico. Scopriamo - ed è veramente riduttivo spiegarlo a parole - una fonte di luce che trasmette luce propria. Il risultato è una trasfigurazione. Un'esperienza interiore.
Le opere su carta hanno un altro sviluppo molto interessante. In Svizzera visitammo la Certosa di Ittingen, che per secoli è stata un monastero di clausura. Bezzola scattò alcune fotografie dello spazio interno. Poi, due di queste stampe furono aggiunte alle opere su carta di Benazzi. Le stampe originali - sempre in bianco e nero - evocano una sacrale spazialità. Archi. Volumi. Nicchie.
Queste fotografie, oltre un decennio più tardi, conservano per Benazzi un profondo significato: Raffael continua ad inserirle nella serie delle tavole. L'approccio è ancora luministico, volto all'esaltazione degli spazi luminosi.
Nella totalità delle opere su carta, le sue immagini indicano entrate, passaggi, prospettive: forme studiate a fondo per trasmettere una sensazione di pacatezza e calma. Una totale serenità.
Benazzi ha accuratamente evitato di titolare le sue opere. Questo perché lui vuole che il fruitore abbia una reazione incorrotta dinanzi al quadro, non condizionata da suggestive spiegazioni o pre-definizioni. Allora, la libertà che lui concede allo spettatore coincide con la volontà di liberare la natura elevata della sua stessa arte.
In quanto categoria comunque, le opere su carta di Benazzi sono state tradotte in italiano con la parola "tavole". La corrispondente parola inglese potrebbe essere "tablets", oppure "tableaus". A lui sono congeniali questi vocaboli perché alludono ad una comunicazione profetica..., ad una luce iconografica, ad una conoscenza innata. Comunque, qualunque parola si scelga, le opere su carta di Benazzi rappresentano un punto fermo del suo inimitabile percorso artistico.

[brano tratto da The Formed and the Unformed on Raffael Benazzi and his Works on Paper]


Saluto dell'Assessore alla Cultura
Fabio Di Bonito

E' motivo di orgoglio per l'Amministrazione che Raffael Benazzi abbia scelto di tenere una personale a San Vincenzo, e perdi più proprio nel Palazzo Comunale.
Due anni fa circa, istituii una commissione cultura che affiancasse questo assessorato nella valutazione delle proposte esterne che sollecitano l'Amministrazione. Tentai, non senza scetticismo, di coinvolgere Benazzi nei lavori della commissione.
L'artista svizzero accettò. E durante i nostri periodici incontri, di tanto in tanto, gli gettavo una sguardo carico di curiosità. L'impressione che più o meno tutti avevano, era che Benazzi fosse uomo di altro pianeta.
Comunque, dal mio punto di vista, il primo passo era compiuto. Non rimaneva che la parte più difficile: convincere il maestro ad esporre a San Vincenzo. Un'impresa ardua. Anche perché l'artista Benazzi è principalmente scultore, e io sapevo che San Vincenzo non era in grado di supportare una esposizione importante di grandi opere, di sculture di vaste dimensioni; per un passo simile occorrono sicuri ed ampi spazi, nonché consolidate organizzazioni territoriali.
Ma ecco comparire all'orizzonte la possibilità delle opere su carta: un toccasana, quello che ci voleva..
Benazzi è cittadino di San Vincenzo, tuttavia pochissimi lo conoscono a fondo, anche se risiede nel nostro comune dal lontano 1964.
Questa esposizione viene proposta come un'occasione per conoscere da vicino uno dei più illustri cittadini di San Vincenzo, ma anche un artista celebre in tutto il mondo, dando così l'opportunità alla nostra cittadina di elevare il tasso culturale delle proposte artistiche.
Ringrazio Raffael per averci onorato della presenza della sua arte, e ringrazio il dottor Guido Cionini che ha dedicato con passione e competenza il suo tempo all'organizzazione dell'evento.

www.letavoledibenazzi.it

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