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Giovanni March a San Vincenzo

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Giovanni March a San Vincenzo
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Giovanni March
a San Vincenzo



San Vincenzo - Palazzo della Cultura

15 dicembre 2000 6 gennaio 2001







Presentazione mostra

Qualche mese fa siamo venuti a sapere della possibilità di allestire una mostra che trattasse della parte della vita che questo pittore labronico ha trascorso nella nostra cittadina. Abbiamo ritenuto necessario fare in modo che l'esposizione avesse tutto il sostegno che una Amministrazione Pubblica deve fornire ad iniziative di questo genere, ma allo stesso tempo ci è parso necessario che occasioni come queste diventino anche una circostanza importante perché la nostra cittadina riscopra parti e momenti del suo passato. Partendo da questi due assunti riteniamo che la mostra che questo catalogo vuole rappresentare è per San Vincenzo qualcosa di molto importante: il disegno sulla tela non si esaurisce in un tratto di pennello, ma ricollega le persone e le cose del passato a quelle del nostro periodo, ponendosi in una posizione intermedia.
Su tutto lo scenario emerge poi un unico elemento caratteristico e caratterizzante, il mare, oggi come ieri naturale sfondo per la maggior parte delle storie sanvincenzine.
I momenti rappresentati nelle opere esposte risalgono all'inizio degli anni '60, il pittore fa riferimento anche ad un luogo preciso, la Conchiglia, adesso profondamente diverso. Eppure percepiamo, nel modo in cui l'autore riporta le sue emozioni sulla tela, lo stesso clima e le medesime sensazioni che ci accompagnano nel quotidiano rapporto e confronto con il mare, il sole, la spiaggia e gli ombrelloni. Ed è proprio questo insieme di sensazioni, che oltrepassano l'opera d'arte, che ci ha portato da subito a considerare questa collezione come un qualcosa che a pieno diritto è parte integrante della cultura del nostro paese, e come tale da valorizzare e far conoscere all'intera cittadinanza, oltre e prima di essere un motivo di interesse artistico per i visitatori esterni.
Si vanno a toccare sensazioni che, per coloro che erano a San Vincenzo nel periodo in questione sono riconducibili ad emozioni già vissute, rappresentano dirette testimonianza di quella determinata barca, di quel proprietario preciso e così via discorrendo fra i ricordi. Abbiamo ritenuto di conseguenza giusto che tali sensazioni non si esaurissero tra le memorie di quanti erano presenti, ma assumessero un respiro più grande, che servissero a mantenere viva quella coscienza civica che viene spesso ingiustamente ritenuta in contrasto con la nuova dimensione "globale" del mondo. Per questo abbiamo fatto in modo che anche i più giovani, che per motivi anagrafici non hanno potuto essere parte di quella San Vincenzo raccontata e tramandata dalle pennellate di March, ne venissero a conoscenza. Per far ciò abbiamo collegato alle mostra un percorso per i ragazzi delle scuole medie, in modo che essi diventino protagonisti nella scoperta dell'origine dei quadri esposti, prima da un punto di vista storico e geografico, poi con un contatto più diretto, anche attraverso la riproposizione su tela dei temi trattati dal pittore 40 anni fa.
Cogliamo, con questa breve nota, l'occasione per ringraziare Daniele e Vinicio Biagi che con la loro disponibilità hanno reso possibile questa mostra, dando l'opportunità alla cittadinanza di San Vincenzo di poter vedere e confrontarsi con un pezzo della sua storia. Riteniamo poi doveroso un ringraziamento alla Scuola Media dell'istituto comprensivo di San Vincenzo, in particolare alla professoressa Roberta Menini che con i ragazzi della 3° Media ci ha dato la possibilità di attuare la nostra proposta di coinvolgimento degli alunni alla realtà indagata dai quadri dei pittore.

Fabio di Bonito - assessore alla cultura

Francesco Soldi - consigliere comunale con delega alle politiche giovanili


Giovanni March a San Vincenzo

Chi, per mestiere, scrive di pittura ha spesso elaborato un linguaggio difficile ed allusivo, spesso non privo di suggestioni, che finisce per essere tipico di chi si propone di parlare a pochi poiché pochi sono coloro che possono intendere e partecipare ad un'emozione che segue l'intuizione illuminante. Si ha a questo punto un linguaggio quasi tecnico che pare sconfinare nel gergale pur allontanando da questa definizione ogni connotazione di valore negativo.
Per questo chi come noi è digiuno di queste tecniche, volendo scrivere qualcosa sull'opera di Giovanni March, solo nella dimensione di un modesto tributo all'antica amicizia, non potrà svolgere opera di critica con conseguente ricerca di riposti intendimenti nella pagina, per noi solare, di questo Autore, ma dovrà necessaria niente, attingendo ad un piccolo tesoro di domestiche memorie, ricordare episodi piccoli ed accadimenti di poco conto che capitarono al Tempo, che ora appare remoto, quando Giovanni March, visse per qualche tempo nell'ambito della nostra famiglia di allora. Parleremo quindi per personali ricordi, di quel periodo temporalmente non vasto ma ampiamente creativo, nel quale Giovanni March, gà artista di fama consolidata, fu ospite nella nostra casa in 5. Vincenzo nella primavera del 1961. Da vari anni questo pittore era legato a nostro padre Tommaso Biagi, "Masaccio" come lui diceva, da amicizia schietta e non silenziosa quale spesso si verifica fra "chi rema nella stessa barca" e March stesso più volte ci confidò di tenere gran conto della capacità istintiva, comunque non accademica, di cui nostro padre era dotato nel giudicare un'opera di pittura. Soprattutto quando questa pittura aveva avuto origine nell'ambiente artistico di Livorno a lui ben noto per frequentazione diretta.
Questa voluta limitazione che allora, con ottica tutta giovanile, giudicammo criticamente in quanto circoscritta a piccolo ambiente oggi in una visione più matura e responsabile ci appare di orizzonte infinitamente dilatato e certo importanza grande ebbero quegli anni '60 in Livorno quando là erano ancora operosi pittori come Natali, Filippelli. Domenici e dove era ancora viva la lezione di Puntini, Romiti ed altri Maestri.
Spesso nel viaggio poetico di un pittore sono identificabili periodi non sempre nettamente circoscrivibili cha paiono vincolati a soste in determinati ambienti e si evidenzia allora come particolari suggestioni di luoghi o di affetti indirizzino l'ispirazione dell’artista verso orizzonti almeno parzialmente diversi dalla quotidianità della sua arte.
Si parlerà quindi per un determinato pittore di "periodo parigino" non tanto per circoscrivere il tempo di residenza e di lavoro nella città sognata, quanto per identificare, attraverso le opere, il periodo nel quale la suggestione di quella dimora ha operato nei suo sentire. Più difficilmente identificabile sarà invece un periodo creativo quando alla base di esso sarà una suggestione astratta talora quasi metafisica dettata magari dalla interpretazione quasi ossessiva di una forma o di un colore.
Poco quindi che fuori di ogni schema critico noi potremo identificare nella parabola creativa di Giovanni March un periodo forse ignorato dai più valenti studiosi che si sono interessati di lui. Periodo brevissimo invero, un mese o poco più, che ci piace affettivamente definire come i "giorni di San Vincenzo" quando appunto Giovanni March visse in vacanza operosa nella casa che nostro padre aveva da poco costruito vicino alla spiaggia. "Giorni di San Vincenzo" come per Silvestro Lega si era parlato di "Giorni del Gabbro" e di Signorini, in più concluso orizzonte, di "Giorni dell’Elba".
Giovanni March reduce da una lunga malattia propiziata da un inverno fiorentino, giunse nella nostra casa di San Vincenzo nella primavera del '61 in compagnia della moglie Amabile, portando con se un vecchio cavalletto e un po’ di colori contenuti in una scatola da scarpe otre una tavolozza e una "manata" di pennelli. Si era dimenticato "l'acqua ragia" che gli fu prestamente fornita da noi.
L’indomani poco dopo l’alba, poco curandosi delle insidie della "guazza", March era già sulla spiaggia che aveva inizio proprio sotto il muro che limitava la casa.
La spiaggia di San Vincenzo di allora . . .ancora solitaria seppur già interessata ad un afflusso turistico, solo apparentemente aveva quell'aspetto uniforme che un occhio disattento attribuisce ad un litorale sabbioso. Ogni piccola insenatura, talora appena segnata, ogni accenno di propaggine che emergeva a bassa marea, erano destinati a mutare col gioco delle correnti e il moto delle onde e la luce di continuo variava: metallica e fredda nel sorgere del giorno si faceva via via più calda e vibrante col progredire del sole per divenire aurea, nel tardo meriggio, nelle ore che precedono l'ombra. Sembrava che quella spiaggia cambiasse continuamente aspetto e solo la visione in lontananza dava il senso consolante di una piccola domestica eternità. Fu su quella rena ancora bagnata dalla notte che March cominciò a dipingere le sue opere di quei "giorni".
Il primo quadro, uno dei più belli, il più vibrante uno dei più intensi che mai vedemmo del "nostro" pittore, cominciò così a prendere forma su una tela che nostro padre aveva fatto trovare, quasi accidentalmente, nell'ingresso di casa.(fig. 1) Una spiaggia deserta, prospetticamente vicina a chi guarda, chiusa in fondo da tre serie di colline via via più elevate di diverse tonalità di colore, create sul tema dell'azzurro quali esse apparivano a crescenti distanze. Promontori che perdono la loro natura di lembi di terra protesi per acquisire l'essenza di misteriose cortine tese su scenari nascosti solo prevedibili nella fantasia e nel sogno. Come il monte che nascondeva e rivelava l'infinito al Poeta.
Il colle di Poggio al Molino era il più prossimo se pur lontano di una sequenza ascendente, seguiva poi il colle di Populonia coi suoi misteri sepolti e poi infine su un orizzonte più intuito che visto, le cime dell'Elba volutamente addolcite del loro tormentato profilo di rocce. Il tutto deserto di persone che spesso il pittore evitava pago soltanto di clarità di luci che subito divenivano proiezioni del suo spirito. I decenni trascorsi da quella creazione, rapidamente voluta in un mattino di primavera, non ne hanno sfiorato l'essenza poetica poiché quella visione che già allora non risentiva di un urgenza di mode era, come ancor oggi traspare, la ritrosa confessione di un uomo che ricercava la luce come difficile oggetto di una inespressa e laica preghiera. Soggetto del secondo quadro che prese vita pochi giorni dopo fu la barca del bracconiere notturno che il giorno pareva dormire sulla rena in attesa della notte ribalda e March volle aggiungere a quella creazione una sua personale definizione e si ebbe così "la barca corsara" (fig. 2). Fu poi il momento di un'altra barca, meno sospetta, che stazionava a poca distanza dalla riva, pur essa arnese vecchio, pesantissimo e impeciato da frequenti ripitture che se non altro le davano un gaio aspetto di bagascia imbellettata (March dixit!) e fu quella "la barca rossa". Se la remota dolcezza di quei ricordi non ci tende qualche tranello di memoria doveva trattarsi dello barca del Galigani! (fig. 3). Fra le strane che ancora sterrate già animavano il quartiere de "La Conchiglia" che allora sorgeva, resistevano alcuni alberi risparmiati dal taglio che ricordavano l'antico bosco. March, proprio accanto alla casa, ne identificò uno, un pino ancora giovane e non stravolto dal Libeccio, che levava alto il ciuffo di fronde e ironizzò un pò su quella "solitudine" di sopravvissuto e volle dipingerlo non prima di averlo insignito di nome e fu così che nacque "il bersagliere". Quell'albero rimasto ormai solo sulla duna prigioniero tra le case che sorgevano lo colpì in modo particolare e volle dipingerlo ancora da altra posizione. L'anno seguente l'albero aveva ormai seguito il suo destino segnato e March nella sua casa di Livorno commentò laconicamente … "il bersagliere è caduto!" (fig. 4). Prima che "i giorni di San Vincenzo" avessero fine, il pittore volle dipingere la casa che lo ospitava, allora di recentissima costruzione, allegra per colori smaglianti quali piacevano a nostro padre e fu così che, inaspettatamente animata di persone inesistenti e irrealmente vista dal mare, nacque la tela "il villino Biagi" e fu quadro grande e luminoso che fissava un periodo che ora fuori del tempo ci appare sereno e felice. (tig. 5).
Trascorsero così rapidamente quei giorni operosi nei quali paesaggi si alternarono a nature morte e a disegni schizzati in rapidi e larghi tratti che forse sottintendevano opere future da realizzarsi altrove, in tempi da destinarsi o anche forse a dissolversi una volta che lo nebbia tosse discesa sul ricordo. Un immagine oleografica nella sua scontata semplicità ci ricorda ancora quel tempo: il pittore che dipingeva sulla battigia o poca distanza dall'acqua mentre accanto al cavalletto giaceva sulla sabbia inoperoso un "filaccione" in attesa di un improbabile pesce!
Quando March tornò nella sua casa di Ardenza quasi tuffi i quadri di quelle intense giornate di creazione rimasero in possesso di nostro padre che a lungo cullò la promessa di un ritorno per nuove opere, nella indistinta sensazione che quell'esperienza non fosse ancora conclusa. Anche l'Artista in verità si era proposto di ritornare e talora, negli anni seguenti, sostando, magari per poche ore, nella nostra casa, volle riaffacciarsi su quella spiaggia come per continuare un discorso interrotto. Pur nelle difficoltà di una salute ormai cagionevole, c'era nel vecchio pittore il desiderio di dedicare una serie intera di opere all'ultima Maremma che proprio allora cominciava a sprofondare nella decadenza dell'industrializzazione e delle lottizzazioni avventurose.
C'erano ancora chiari di palude popolati d'uccelli e separati dal mare da dune alte e chiomate e tramonti che incendiavano l'Elba come se il tramonto riguardasse solo quell'isola, c'erano spiagge non ancora cancellate irte di candidi scheletri di alberi portati dal mare c'erano ancora, seppur rari e quasi dispersi, i manzi bradi che parevano vegliare fra i giunchi il ricordo di una loro antica maestà,...
Di questa perduta occasione di poesia ancora oggi proviamo rimpianto.
Nella collezione di dipinti raccolta da Tommaso Biagi figuravano 35 quadri di Giovanni March e di questi 10 sono quelli che il pittore dipinse in San Vincenzo nella primavera del 1961.
Tutti questi figurano in questa Mostra, mancano solo e comprensibilmente quelle opere che il pittore tenne per se e che probabilmente confluirono in qualche altra collezione.
Nell’esposizione sono presenti altre opere di March, sempre provenienti dalla raccolta Biagi, riferite ad altri periodi che comunque appaiono singolarmente vicine a quelle dei "giorni di San Vincenzo" perché ad esse idealmente unite da una sottesa unicità di ispirazione. Abbiamo voluto riunirle in un'unica occasione espositiva nel desiderio di rivedere ancora una volta tutte insieme quelle pitture che nostro padre raccolse e che costituirono per lui ragione di vita.

Vinicio e Daniele Biagi


Nota biografica
Giovanni March nacque a Tunisi nel 1894 da famiglia livornese. Di quella sua occasionale patria africana il ricordo più aspro va localizzalo nel 1906 quando in Alessandria d’Egitto perse il padre.
Nell'angoscia di un ragazzo di 12 anni che si trova nella necessità di sopperire ai bisogni di una famiglia egli ebbe la forza. facendo vari lavori, di raccogliere quel poco di soldi che gli permisero nel 1908 di tornare a Livorno. Nella città che sempre gli fu carissima egli intraprese vari mestieri fra i quali quello dell'imbianchino e a quell'esperienza forse risale la prima suggestione verso il colore come categoria di espressione. Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, nel 1919 riprese gli studi di pittura che forse avevano avuto origine nel 1916 in frequentazioni saltuarie di Artisti livornesi.
Nel 1921 per interessamento di Aldo Gonnelli e di Ludovico Tommasi si tenne in Firenze la prima Personale del nostro pittore.
Nel 1927 March venne presentato alla galleria "l’Esame" da Carlo Carrà e da allora il grande maestro milanese nutrirà per il giovane pittore livornese una vasta considerazione. Nel 1928 March si recò primo a Nizza poi a Parigi dove si tratterrà per un paio di anni studiando i grandi Maestri di Francia, ma elaborando un suo stile di pittura che lo pone fuori da ogni inquadramento scolastico. Tornato in Italia, nel 1930 si stabili per qualche tempo a Roma dove visse appartato dalle correnti artistiche della Capitale, coltivando l'amicizia del grande Ettore Petrolini. Nel 1932 tornò a Livorno e nel '38 si trasferì a Firenze dove rimase per circa 20 anni con un impegno didattico presso la cattedra del pittore Peyron. In questo periodo fiorentino è da collocarsi (1951) un suo secondo viaggio a Parigi. Da 1958 alla morte egli divise la sua residenza tra Firenze e Livorno.
Nel 1961 subito dopo il breve soggiorno a San Vincenzo March si recò in Sardegna dove in Olbia gli venne conferito il primo premio in una grande mostra nazionale. Presidente della giuria, unanime nel giudizio, era in quella circostanza il celebre Pietro Annigoni.
Nel 1967 nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario dell'inizio dell'attività artistico si tenne in Firenze una grande mostra antologica tesa a riunire la maggior parte delle fasi nelle quali si era articolata la vicenda creativa di Giovanni March che venne meno nella sua casa di Livorno nell'ottobre del 1964.

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