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1949 Nasce l'autonomia locale di San Vincenzo

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1949 NASCE L'AUTONOMIA LOCALE DI SAN VINCENZO  Il lavoro di Lorenzo Bientinesi è un valido contributo alla ricostruzione delle vicende della gente e della comunità di San Vincenzo nel secondo cinquantennio del secolo che si avvia ormai verso la sua conclusione.
L'elaborato è il risultato finale di un onesto e appassionato lavoro di scavo e di ricerca che ha permesso all'autore di raccogliere una mole considerevole di dati, di notizie, di nomi che, riuniti e organizzati in un quadro d'insieme, ricostruiscono la vicenda complessiva della piccola realtà locale. Soprattutto le vicende successive alla nascita del Comune di San Vincenzo, distaccatosi da Campiglia Marittima nel 1949, sono tratteggiate con particolare ricchezza di fatti e di riferimenti.
Molto apprezzabile è lo sforzo di dare un'impostazione organica ad una materia assai vasta ed eterogenea che viene a coprire, almeno tendenzialmente, pressoché la globalità degli aspetti della vita locale. Si spazia così dalla demografia, di cui si misurano non solo i dati della crescita complessiva (dai 3.927 abitanti del 1936, che forse non comprendono la frazioncella di San Carlo, ai 5.002 del 1949, agli oltre 7.000 del 1970, livello su cui poi ci si attesta più o meno stabilmente), ma anche quelli relativi ad altri fenomeni, come il movimento della popolazione, il pendolarismo, i livelli di istruzione o i matrimoni celebrati (sorprendente, ma forse non più di tanto, la tendenza alla crescita dei matrimoni celebrati con rito civile rispetto a quelli celebrati con rito religioso: se nel primo quinquennio dopo la fine della guerra, i primi oscillavano tra il 5 ed il 10% del numero totale, per circa un ventennio essi scendevano a livelli ampiamente al di sotto del 5%, per poi balzare, dopo il 1975, ad un 15,51% ed attestarsi quindi intorno al 20%),

alle vicende amministrative e urbanistiche, dai lavori ed opere pubbliche, all'edilizia scolastica, sportiva, abitativa, turistica, ai vari (e gustosi) momenti della ricreazione, all'associazionismo, al turismo, all'economia. Illavoro si presenta dunque quasi come un utile dizionarietto enciclopedico ma non certo come uno zibaldone (tantomeno nel senso negativo che tale termine ha assunto oggi rispetto a quello originario), che fornisce molte risposte, molti suggerimenti, molti spunti per ulteriori approfondimenti e per eventuali e auspicabili ricerche e studi.
Ciò che emerge da una lettura complessiva della vasta mole di questo lavoro, è l'immagine di un paese che, passato attraverso crisi e trasformazioni profonde (un'industria locale, la Solvay, che dopo aver raggiunto dimensioni occupazionali ragguardevoli, con oltre mille dipendenti, ha poi progressivamènte assottigliato la sua presenza, fino a toccare livelli molto bassi; simmetricamente due grandi tenute agricole, Rimigliano e Biserno, anch' esse in profondo mutamento, essendo state investite in pieno dalla crisi della mezzadria), riesce a riscoprire e delineare una propria identità, potenziando essenzialmente una vocazione le cui radici erano antiche, quella turistica. Certo occorre anche tenere conto che una fetta consistente della propria identità precedente, quella che ha preso forma concreta tra gli anni '30 e '40, quella industriale, ha trovato una propria continuazione, fino a qualche anno fa, spostando il proprio centro di riferimento sul polo siderurgico piombinese.
L'autonomia comunale ha avuto un ruolo in questo sviluppo ed in questa evoluzione? o, se vogliamo rovesciare i termini della domanda, uno sviluppo di queste caratteristiche e di queste dimensioni, avrebbe potuto verificarsi ugualmente senza l'autonomia comunale? Sono domande a cui è difficile dare una risposta univoca e definitiva, ma su alcuni punti non vi è possibilità di dubbio.
Se nel 1949, nelle condizioni dell'epoca, ed a quello stadio di sviluppo della coscienza delle autonomie locali, potevano anche sussistere dubbi sulla utilità o sulla necessità di una separazione, come potrebbe presentarsi oggi la coesistenza in un unico ente locale di due realtà come Campiglia e San Vincenzo (anzi di tre, se vogliamo includervi anche Venturina)?
Naturalmente questo tipo di problematica non deve confondersi con quella connessa all' ipotesi del comune unico della Val di Cornia (Piombino, San Vincenzo, Campiglia, Suvereto e Sassetta), è cosa completamente diversa e presuppone un radicale ripensamento della filosofia stessa delle autonomie locali.
Dal punto di vista della prospettiva storica, non vi è dubbio che proprio l'autonoma iniziativa dell'Amministrazione Comunale di San Vincenzo, soprattutto quando cominciarono ad essere allentati e in parte distrutti i lacci censòri, la soffocante cappa del controllo prefettizio sugli atti amministrativi che, specie negli anni del centrismo più esasperaip aveva fatto sentire negativamente il proprio peso, influì potentemente e raggiunse risultati concreti di spessore e di rilievo.
Come ricorda, in questo stesso volume, Lido Giorni che fu sindaco negli anni '60 - '70, nella fase cioè in cui le autonomie locali maggiormente si svilupparono nelle coscienze dei cittadini, non poche furono le realizzazioni concretizzatesi proprio grazie al clima radicalmente rinnovato: dal parco di Rimigliano all'approvazione del PRG, dalla costruzione di impianti sportivi, di scuole, dell'approdo turistico all'entrata in funzione del depuratore e così via.
Il volume di Bientinesi sembra segnare dunque un itinerario alla ricerca di un'identità del paese e della comunità di San Vincenzo ed al tempo stesso vuole essere un tentativo di costruzione, di composizione di una memoria collettiva unitaria dei sanvincenzini. Credo che l'autore sia ben consapevole del fatto che il rischio implicito in tentativi di questa natura, consiste nella sfumatura di luci e contrasti, nell'appiattimento su una sola dimensione di personaggi e personalità. Si pensi ad esempio a quanto può essere sorprendente imbattersi in personaggi le cui connotazioni non possono essere certo neutrali (basti per tutti l'esempio di Tringali Casanova, presidente del famigerato Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato - fascista - che erogò condanne feroci contro migliaia e migliaia di antifascisti, ivi compresi Sandro Pertini o Antonio Gramsci, alla cui mente si voleva impedire di funzionare), che sembrano quasi riallacciarsi in un qualche "idilliaco" scenario della memoria paesana, come persone paciose e pervase di amore per la propria comunità.
Ma al di là di questi rischi, che pure nel caso specifico del presente lavoro sembrano non avere inciso più che tanto, il risultato che ci troviamo di fronte è senza dubbio ragguardevole e sono certo che la sua utilità, per lo sviluppo, il radicamento e l'arricchimento della cultura e della memoria locale, si dimostrerà in tutto il suo spessore ancora per molti anni a venire.

IVAN TOGNARINI

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