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La battaglia di San Vincenzo

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LA BATTAGLIA DI SAN VINCENZOSono trascorsi tre anni da quando Daniele Govi accettò l'incarico di dipingere un episodio storico avvenuto a San Vincenzo per la nuova Sala consiliare dell' Amministrazione Comunale, ricavata nel settecentesco edificio adibito, dopo un attento restauro, a Biblioteca pubblica.
Già nel 1984 Govi pensava alla realizzazione di una grande tavola raffigurante la cosiddetta "Rotta dei Pisani a Torre San Vincenzo", uno scontro bellico avvenuto nel primo ‘500 tra Fiorentini e Pisani, di cui la memoria locale ha perso il ricordo: per questo motivo la scelta del soggetto per l'opera richiesta non poteva essere più adatta per richiamare l'attenzione su quell'evento storico che segnò la breve stagione di libertà della rinascente repubblica pisana.
Lo storico fiorentino Francesco Guicciardini ci descrive lo svolgimento di quella battaglia nei minimi particolari.
Il 17 agosto 1505 trecento "uomini d'arme" e cinquecento fanti "venturieri" pisani alcomando di Bartolomeo d'Alviano vennero attaccati dalle truppe fiorentine condotte da Ercole Bentivoglio nelle vicinanze della Torre di San Vincenzo. Esistono altre fonti sulla battaglia, manoscritte e a stampa, talvolta tra di loro discordanti; anche Niccolò Machiavelli ci ha lasciato interessanti documenti nelle sue Carte e il passo tratto dal Decennale II, riportato in apertura del presente saggio come esergo.

Poiché la storiografia fiorentina celebrò la vittoria come "opportunità" per "far la impresa de Pisa", come scrisse Ercole Bentivoglio ai Dieci di Balia nel giorno stesso della battaglia, Giorgio Vasari, più di cinquanta anni dopo, inserì l'episodio nel ciclo mediceo affrescato nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, riproponendo nel gruppo centrale con i due cavalieri affrontati la perduta Battaglia d'Anghiari di Leonardo, forse situata sulla stessa parete. Una riproduzione Alinari dell'opera vasariana, virata a seppia, si trovava nella ex-Sala consiliare del Municipio di San Vincenzo. La ricostruzione dell' avvenimento per mano del noto artista e biografo non è tuttavia fedele alla fonte storica: sul fondo compaiono sì i sei falconetti e in primo piano il combattimento " co' cavalli leggeri per la via marina, con le genti d'armi per la strada maestra e con la fanteria dal lato di sopra per il bosco" (Guicciardini), ma la rappresentazione topografica della battaglia non è esatta, sebbene fosse stato inviato in loco il giovane pittore Battista Naldini per eseguire degli schizzi che ancora oggi si conservano sparsi tra Firenze, Lille, Siena, Monaco e Dresda. Sulla base dei Ragionamenti dello stesso Vasari, Giovanni Galgani, nel suo libro Duemila anni di storia in Maremma: da Biserno a San Vincenzo (1973), spiega che "per far piacere al Granduca e a Firenze l'artista ritenne opportuno collegare l'evento ad una località ben più celebre come era Populonia" a dispetto della scarsa fama della Torre di San Vincenzo: per questo motivo nell' affresco il luogo dello scontro sembra spostato nei pressi della Torraccia per la vicinanza del promontorio e del borgo di Populonia.


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Un così illustre precedente pittorico poteva creare non poche difficoltà a Daniele Govi al momento di trasferire sulla tavola l'idea maturata nel corso di tre anni di studi e riflessioni: facile era, per esempio, cadere nella tentazione di richiamarsi alla composizione e alla celebrazione vasariana, proponendo così una rilettura dell' opera cinquecentesca, come documenta, in real tà, uno dei primi bozzetti dell'artista realizzato a carboncino, che pur resta un saggio di indiscussa abilità nel comporre l'anatomia umana.
Da qui Govi passerà a mutare i connotati iconografici e iconologici tradizionali sul tema: infatti allo scontro dei due eserciti e alla vittoria di quello fiorentino, egli sostituirà immagini simboliche mirate a denunciare universalmente gli orrori della guerra fratricida.
I primi disegni a carboncino e le relative riduzioni su tela, che testimoniano questa nuova impaginazione del soggetto, prevedevano un' opera finale di 15 metri di lunghezza, quanto la parete di fondo della nuova Sala Consiliare. Tale progetto non ha visto, tuttavia, la sua piena realizzazione, per le esigenze funzionali imposte dall'uso specifico della sala. Così Govi è giunto a concepire tre grandi tavole (la centrale di metri 2,50x2,OO e le estreme di metri 2,OOx2,80) a guisa di un trittico, rinunciando all'inserimento di alcuni gruppi di personaggi presenti negli studi e nei bozzetti per il precedente ambizioso progetto.
Le tavole realizzate sono unite idealmente dalla balaustra continua del loggiato in primo piano, delimitato alle estremità da due lese ne con capitello corinzio, e dal paesaggio marino sullo sfondo che muta a secondo delle emozioni. L'uomo con le sue passioni, l'animale-memoria, la statua-simbolo, la donna-Melanconia, animano, insieme ad altre allegorie, lo scenario che il giovane di spalle, con la sua testa rivolta verso chi guarda, pare presentarci nel silenzio del suo volto turbato per la tragedia che l'Umani tà sta consumando al di là della balaustra, nell' infuocato viluppo di corpi maschili quasi sospesi tra terra e acqua, ansimanti nei loro agili muscoli contratti a contrasto con il cielo squarciato da lumi che segnano il passaggio ora dalla notte all' aurora, ora dal crepuscolo alla notte.
Nei tratti somatici dei personaggi del gruppo centrale - la Battaglia vera e propria appaiono occhi di diverso taglio, pelli chiare e scure: non è qui, dunque, più rappresentato lo scontro storico tra Fiorentini e Pisani, bensì quello universale tra civiltà, culture e religioni diverse. Le prime vittime di tale sacrificio titanico giacciono riverse a destra, mentre la mano di un uomo che si affaccia dall' esterno della balaustra afferra l'implacabile sabbia dorata del Tempo racchiusa nel fragile vetro della Clessidra della Vita. In alto, sopra i corpi esanimi, si erge di spalle e con la testa china l'Uomo: sconfitto o vittorioso non ha importanza, perché comunque sia l'esito finale della lotta, l'Uomo sarà sempre perdente. Quasi come Adamo, quel corpo cerca forse un perdono divino dopo il peccato macchiato di sangue.
All' estrema destra, in penombra, appare la figura femminile nuda dal volto coperto: è Eva, genitrice dell'Umanità corrotta; è Melanconia, chiusa nella sua tragica esistenza; è la donna violentata per l'assetato desiderio di sangue che pervade l'animo dell'uomo, aspro sentiero che conduce alla Morte.
Sono questi i nostri grandi dolori, dolori interiori, muti. "Muta pietra sembra il malcapitato e per troppo dolore non si può dolere": così è descritto Orfeo nell'opera di Claudio Monteverdi quando apprende la morte dell' amata Euridice. Orfeo, comune mortale, poteva contare su un' arma più potente delle armi belliche: il suo canto accompagnato dal suono della cetra. La sua melodia riuscì ad ammansire gli dei infernali per riportare in vita la compagna a condizione di non guardarla fino a quando fosse giunto fuori dall' Ade. Ma all'imboccatura della caverna, non ri uscì a trattenersi e si voltò: di Euridice non rimase che un alone che presto venne inghiottito dalle tenebre. Ad Orfeo non restò che cantare la sua angoscia tanto da commuovere delle baccanti che di lì a poco lo uccisero. Orfeo è pertanto l'Uomo che, malgrado la sua intelligenza e le sue qualità, soccombe alle tentazioni e alla rottura dei patti col soprannaturale e muore oltre che nella materia anche nello spirito. "Restano i morti e ce ne saranno ancora per chissà quanto tempo, e quando forse tutto sarà finito si potrà giocare con la Morte come sta facendo il gatto a destra con un teschio umano" (Govi). L'altro felino, a sinistra, è invece immobile, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore: dietro a quegli occhi vitrei c'è forse il richiamo alla memoria del dramma storico consumatosi nelle vicinanze della Torre di San Vincenzo. L'armigero, in primo piano e colto di spalle, impugna una lunga lancia, forse una di quelle che appaiono nel pannello centrale della lotta: raffigurato un attimo prima di quello scontro, come un veggente, sembra già conoscere l'esito finale del combattimento mirabilmente sintetizzato nella morsa violenta con cui il vincitore riesce a mettere in ginocchio la vittima in preda al terrore per la morte ormai segnata. All'uomo che soccombe non resta altro che gridare il proprio dolore; ma dietro a quell'urlo c'è anche la fine di un momento storico, quello della vana speranza di Pisa di rivivere il periodo della libertà repubblicana. Ma cosa rappresenta ill7 agosto 1505 per la storia dell'Umanità? Un ricordo, nulla più; un ricordo pietrificato: ecco l'urlo di dolore dell'uomo vinto materializzarsi nella muta maschera scolpita sul parapetto della balaustra; ecco una testa di cavallo a ricordo di quei nitriti e galoppi che accompagnarono i momenti della battaglia; ecco il gruppo michelangiolesco della Vittoria per" celebrare" la presa violenta e straziante che si è consumata nella spiaggia desolata. Gli urli, i dolori, le angosce, la vita hanno il loro termine: al loro posto spetta alla muta pietra - come l'Orfeo monteverdiano - il compito della "celebrazione" della sconfitta dell'Uomo contro l'Uomo.
Così si capisce il silenzio di quel volto turbato del giovane di spalle in primo piano: nel suo muto dolore ci ha accompagnato verso un mondo onirico di simboli della "Battaglia dell'Umanità" e sembra ripetere a se stesso i versi di Lorca: "Torbide di pensiero le tue onde oggi trascinano la cenere sonora e il dolore del passato".

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La Battaglia di San Vincenzo non è l'unica opera di Daniele Govi di grandi dimensioni: nel 1984, durante il periodo del servizio militare, ha eseguito per la chiesa della Caserma "Guastalla" di Asti due pannelli con i SS. Martino e Secondo; a Grosseto, dove attualmente insegna presso il Liceo Artistico, ha presentato il grande cartone per il prossimo lavoro raffigurante la Santa Famiglia per l'omonima chiesa di recente costruzione.
L'attività pittorica di Daniele Govi conta anche un'intensa produzione di quadri di piccole e medie dimensioni, alcuni dei quali di proprietà dell' artista, altri conservati presso privati in Italia e all'estero. Paesaggi marini, ritratti e autori tratti costituiscono i soggetti preferiti dal pittore. A questi si deve aggiungere il ricco catalogo dei disegni che documentano la prima idea, i ripensamenti e la stesura finale delle opere su tela.
La predilezione del corpo umano nelle sue componenti anatomiche è dovuta essenzialmente all' indirizzo accademico dello studio della figura nuda dal vero, prerogativa della scuola fiorentina.
Citazioni di plastica classica, come la testa fidiaca del cavallo; di modelli michelangioleschi, come il gruppo della Vittoria e il mascherone scolpito che ricorda quelli che Silvio Cosini scolpì nella Sacrestia Nuova a Firenze; di elementi preraffaelliti e simbolistici vicino a Sartorio, come la donna nuda a destra, arricchiscono le forme che escono dalla mano dell'artista.
Come non leggervi immagini evocatrici di quelle del Buonarroti in quel viluppo di corpi che occupa il pannello centrale, nelle figure contrapposte che aprono e chiudono il cerchio della Tragedia umana rotta dall'incrocio delle due lunghe aste, oppure nei muscoli contratti dei due uomini di sinistra, vincitore e vinto? È pur vero che ad una lettura più approfondita nel gruppo di nudi che rappresenta la Battaglia sono presenti tre composizioni famose: una di Luca Signorelli, vale a dire nella figura nuda a sinistra con lancia che ricorda uno dei due demoni nella scena dei Dannati nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto; una seconda nella lotta dei due uomini a destra, derivata da quella di Caino che uccide Abele del Tintoretto; infine, una terza, che rimanda nella sua struttura d'insieme, alla Zattera della Medusa di Géricaul t. NelI'opera di Govi tali citazioni appaiono unite spiritualmente attraverso la figura di Michelangelo e precisamente nello studio delle anatomie dei personaggi, nelle robuste impalcature plastiche, nei gesti drammatici, il tutto reso con pennellate nervose e con effetti chiaroscurali.
In una mirabile fusione, dunque, elementi desunti dal Signorelli, dal Tintoretto e da Géricault, compaiono nell'opera di Govi, la cui sintesi è rappresentata nella riproposta del gruppo michelangiolesco della Vittoria, in posizione contrapposta rispetto al gruppo con analogo soggetto, ma "vivo", al di là della balaustra.
Govi deve anche qualcosa ai valori luministici veneziani: dove il cielo si fa più chiaro ed è attraversato da soffici nuvole e le onde del mare sembrano placarsi fino a lasciare tracce di spuma bianca nell'ampio e piatto arenile, lì troviamo la tavolozza del giovane Tiziano; dove invece il cielo si fa cupo ed è squarciato da luci violente e le acque si gonfiano, lì sembra che sia intervenuta la mano di Tintoretto. Valori tonai i freddi si fondono con quelli caldi, anche nelle immagini simboliche. L'uomo vincitore a sinistra indossa una calzamaglia rossa; l'altro, il vinto, si copre con un drappo azzurro: il rosso e l'azzurro, tono alto e tono basso si uniscono qui mirabilmente come nello stemma del Comune di San Vincenzo.


Claudio Casini

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