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La bonifica della Val di Cornia al tempo di Leopoldo II

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La bonifica della Val di Cornia al tempo di Leopoldo II
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LA BONIFICA DELLA VAL DI CORNIA AL TEMPO DI LEOPOLDO II (1831-1860)La tesi di laurea della dottoressa Pellegrini rappresenta una sorta di pietra miliare nel campo delle ricerche storiche della vai di Cornia; una spinta, forse la prima, ad una serie di iniziative meritorie che, quanto più passano gli anni, tanto più si rilevano fondamentali per conoscere la storia del divenire della nostra gente in questa parte della Maremma Toscana. Un lavoro importante che affronta i nodi della bonifica nei primi tentativi destinati a configurare l'odierno assetto del nostro territorio. Un lavoro che diventa di attualità se si pensa al dibattito in corso sulla ricostituzione del lago di Rimigliano, al suo uso, al possibile mutamento climatico.
Gli anni che si riferiscono ai lavori della bonifica sono abbastanza vicini ma importanti: 1838, 1850, 1859, 1894, 1910, 1913, 1922, fino al luglio del 1929 allorché prese il via la definitiva operazione in virtù della quale il terreno interessato fu interamente liberato dalle acque stagnanti.
A ben guardare la storia moderna della Toscana è tutta racchiusa in quegli anni. Dai granduchi di Lorena ai re di casa Savoia. Dall' Italia giolittiana alla crisi dello Stato liberale che favorì l'avvento del fascismo. Anni decisivi per la nostra zona e per Rimigliano in particolare che doveva uscire dallo stallo nel quale si era venuto a trovare con un prosciugamento ormai avvenuto e subito abbandonato ritenendo sufficiente l'intervento fin lì operato ma che, alla lunga, si rivelava impietosamente insufficiente, tale da ricreare le medesime condizioni precedenti la bonifica.

La tesi di laurea si sofferma, in particolare, sui primissimi lavori ritenuti, a ragione, fondamentali. Valgono, allora, le parole che Antonio Salvagnoli diceva il 3 marzo 1850: «... i tentativi fatti dai principi medicei e lorenesi per bonificare le maremme toscane e la grande opera intrapresa dal vero rigeneratore delle Maremme, Leopoldo II, sono subietti degni di storia la quale riuscirà d'onore al Principe, di utile pubblico, di esempio a tutti, se si tenga lontana tanto dallo spirito di parte quanto dall' adulazione...»
In verità trattasi di esperienze tecnologiche rilevanti che investono non solo la Toscana come granducato ma anche quelle maturate in Europa, perfino nell' Egitto, a Suez. Pietro Leopoldo resosi conto come le pur importanti tecniche dello Ximenes non avessero portato il compimento della bonificazione chiese «... nuovi consigli all'idraulica sperando che l'esperienza dei cattivi successi del passato, dovesse servire di norma per l'avvenire... incominciando dai più bassi ed infetti luoghi di esse... per bonificare i vasti centri dell'infezione dell' aria, insieme ai grandi bonificamenti idraulici... per ripopolare e ricoltivare le Maremme usò un sistema economico che prendeva appoggio da due punti estremi sani di quelle vale a dire da Castelnuovo e da Monterotondo al di sopra, dal Monte Amiata al di sotto. Gli effetti hanno corrisposto alle sue intenzioni. Già questi territori sono collegati con le nuove coltivazioni e le colonie al nord con Pomarance e Volterra, al sud con Prato, Massa e Campiglia... ». Le pianure e i monti prima dominati dalla «mal' aria» così scrivevano a quei tempi, che «... dava i maremmani dal clima contristati, dai lunghi secoli di crescente dolore avviliti, e disperati dall' abbandono della fortuna e degli uomini... », erano osservati con preoccupazione dal Granduca. Egli capiva che nella maremma si giocava gran parte delle sue fortune politiche già fortemente condizionate dalle precedenti iniziative di famiglia.
L'impegno del principe «...con cuore di padre e mente di filosofo...» fu premiato dal successo anche se «... come al primo Leopoldo mancò l'idraulico al secondo mancò l'economista che ponesse convenientemente ad esecuzione i suoi sapienti concetti... ». I tempi della bonifica, come si è visto, furono lunghi e caratterizzati da quel che sempre è accaduto in Italia ove il peso degli incartamenti e delle lite legali finisce col superare quello dei progetti tecnici, gli scarsi finanziamenti, le volontà imprenditoriali. Lunghi periodi di tempo nei quali il lavoro umano si esaltò in un'impresa grandiosa sicuramente fra le maggiori se si pensa alle condizioni di lavoro del tempo ove la forza muscolare veniva usata in luogo delle apparecchiature tecniche peraltro inesistenti. Diceva un bando di ammissione al lavoro: «non verranno ammessi ai lavori quelli che si presentassero con la famiglia e sprovvisti di vanga... ». A leggere la tesi della dottoressa Pellegrini emerge nitido e ben documentato il lavoro di migliaia di uomini che accorsero in questa zona da ogni parte d'Italia e che costituirono i primi nuclei della futura nostra popolazione. Tutto il capitolo terzo sulle vicende demografiche della vai di Cornia costituisce un prezioso punto di riferimento sia per l'analisi sui dati di censimento sia per la conferma di intuizioni che, sovente, hanno caratterizzato altri lavori. Lo stesso vale per la peculiarità, più volte, rivendicata all'agricoltura della vallata che emerge, nel quarto capitolo, in tutta evidenza a confermare una situazione che, nonostante la crisi, rimane tutt' oggi una delle espressioni economiche fondamentali della zona.
Chi si attendesse fatti della lotta di classe rimarrà deluso ma è certo che, a leggere le pagine sul sistema degli appalti, emergono prime avvisaglie di solidarietà, constatazioni di una condizione del lavoro che non può non essere sottolineata come fatto normale ad ogni momento storico specie se contraddistinto dal lavoro umano.
D'altra parte le colonìe ricavate dalla bonifica, la fitta maglia della rete poderale disegnata con lucida progettualità, costituiscono le prime forme di quella agricoltura che ha visto, da una parte, l'imprenditoria borghese-terriera e, dall' altra, il mezzadro, il colono, il bracciante, come fenomeni specifici della storia sociale, politica e culturale della vai di Cornia.
Nel 1842, parte della zona prosciugata, venne concessa, a livello, a sette piombinesi «poveri». Nel 1929, gli operai della cooperativa di lavoro di Venturina iniziarono la più grande impresa della loro storia. Non solo l'agricoltura, però, trasse beneficio da questi lavori giacché essi contribuirono alla formazione di una vasta esperienza sia ai dirigenti che ai lavoratori, in fatto di opere d'arte, sistema di canalizzazione, impianti di idrovore, chiuse, tipologia dei fabbricati, che li avvicinò, d'un balzo, alla tecnologia più avanzata dell' Italia di allora.
Un fatto enorme che trova corpo coerente in questo lavoro di studio e di ricerca per il quale non possiamo che essere grati alla sua autrice la quale merita un pubblico riconoscimento per la serietà e la costanza che hanno caratterizzato il suo impegno.
D'altra parte il contenuto della tesi resiste, nella sua essenzialità, a ben dieci anni di ulteriori ricerche le quali, semmai, ne arricchiscono il valore ampliandone la indicazione di fondo. Potevamo riciclare questo lungo lavoro universitario con un altro linguaggio ma abbiamo scartato questa ipotesi ritenendola incoerente con le finalità culturali che intendiamo raggiungere con questa pubblicazione. Essa appare anche come ricerca sulle forme di cultura, sui processi di lavoro, sulle condizioni di vita delle classi popolari della zona e della Toscana. Dunque un anello in più alla già consistente documentazione realizzata negli ultimi tempi con diverso valore e variegata sfaccettatura comunque tutta proiettata a costituire un patrimonio di conoscenza del nostro divenire. La problematica che emerge dalla tesi ha una sua attualità sulla quale dobbiamo soffermarci in una riflessione che, già ora, registra un ampio dibattito ricco di spunti, di idee e di progetti che saranno ulteriormente arricchiti dal volume della dottoressa Pellegrini. I problemi della sistemazione del territorio, dei riassetti idrici perdurano e, sovente, balzano in evidenza con drammaticità. Pensiamo all'Aurelia che, proprio in quel periodo, assunse la
forma attuale; agli estivi nubifragi, al parco di Rimigliano, alle case di Biserno tutte, o quasi, abbandonate. Eppure bisogna parlarne. A
nessuno viene in mente che parlare di queste case costituisca una cripto-proposta immobiliare; quasi uno strizzar l'occhio ai tanti cittadini che cercano di smaltire, in campagna, la nevrosi urbana, novelli agricoltori della domenica che, qua e là, vanno acquisendo rustici per ristrutturarli e trasformarli in seconde case. Questi edifici vanno visti come contributi fondamentali alla complessa storia della dimora rurale. Le case della bonifica costituiscono un unico filone architettonico in un'unica posizione topografica che, in quasi centocinquanta anni di vita, non hanno subito modifiche, aggregazioni, adeguamenti capaci di disperderne il valore e la testimonianza di una operazione di politica agricola e territoriale che ha segnato profondamente tutta la zona.
Le case contadine della bonifica seguono uno schema razionale che definisce il podere e la produzione agricola, programma la famiglia colonica come specchio di una politica ed una cultura. Case del lavoro da una parte ma anche case del «potere», del fattore, del soprastante che superano le altre con piccole torri comunque espressione di solidità e sicurezza a rappresentare la lunga mano padronale. Un modello che fa parte del tradizionale arredo del paesaggio della nostra pianura magari superato dell' evoluzione dell' agricoltura e dal nascere di nuove unità produttive ma che deve essere salvaguardato. Il più possibile, riteniamo di aggiungere.
Alcune di queste case sono state riconvertite all'uso turistico, altre desolatamente abbandonate ma, nel complesso, tutto si mantiene ancora in buone condizioni. Così è per i canali di raccolta delle acque e di scolo, autentiche strade, per il sistema di cateratte fino all' afflusso al mare. Una testimonianza di grande valore che in altri paesi europei godrebbe di ben altra considerazione di quella goduta in Italia ove di archeologia industriale se ne parla solo da qualche anno.
Il sistema dei parchi della vai di Cornia può essere l'obbiettivo realistico al quale guardare con fiducia senza farci prendere dallo sconforto di quel che, nel frattempo, abbiamo perduto o perderemo. 1/ fatto che dopo ben quattro tentativi infruttuosi il Comune di San Vincenzo sia riuscito a superare ostacoli finanziari di non lieve entità per pubblicare questa tesi continuando, così, una pregevole azione culturale rivendicata in occasione del trentennale di autonomia comunale, costituisce un elemento di indubbia importanza pari al valore, storico e documentale, rappresentato dalla tesi sulle bonifiche del lago di Rimigliano. Lo studioso, il cultore appassionato della vicenda locale, possono guardare a questa iniziativa con favore e con simpatia perché in essa troveranno elementi di conoscenza capaci di arricchirne il bagaglio culturale. 1/ cittadino vedrà in questa operazione culturale un modo semplice ma efficace, di investimento del proprio contributo al Comune in una azione che ha tutte le caratteristiche per inserirsi fra quelle legate ad un «progetto culturale» che, nel tempo, si realizza e si apre al giudizio della comunità.

Gennaio 1984

Gianfranco Benedettini

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