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gio 04 mag, 2017
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Gente di Mare

I primi pescatori

tratto da:
San Vincenzo e la pesca del pesce azzurro
di Vinicio Biagi
(per gentile concessione dell'autore)


Fra tutte le notizie raccolte un dato pare emergere: San Vincenzo è forse l'unico centro della costa di Maremma dove la pesca si è sviluppata, dopo un'iniziale "colonizzazione" genovese, per iniziativa di genti del luogo che seppero trasformare un'attività di manovalanza dipendente in una vera e propria imprenditoria che, sia pur con i limiti imposti dalle condizioni di vita del tempo, si può definire "armatoriale".
 
Nella seconda metà del 1700 la popolazione del borgo, a parte una modesta presenza militare, era Immagine della costa di San Vincenzo ai primi del '900 con le barche attraccate sulla rivain gran parte dedita alle occupazioni tipiche della gente di Maremma: bracciantato agricolo per una terra poco produttiva perché mal coltivata, taglio del bosco e produzione di carbone, lavori per altro che seppur modesti erano preferibilmente affidati a maestranze che provenivano sia dalla Garfagnana che dalle terre dell' Appennino. Nei primi decenni del 1800 qualcuno cominciò ad imbarcarsi sui leudi dei Genovesi e fu certo su quelle barche, che pescavano stagionalmente, che si cominciò ad apprendere un nuovo mestiere.

Un dato riveste per noi importanza notevole
: poco dopo il 1850 è presente sulla spiaggia di San Vincenzo tale Agostino Mancini, che la tradizione definisce come "livornese" ma che probabilmente proveniva dal litorale pisano, che esercitò stagionalmente una ben precisa attività di pesca. La stagionalità di questa presenza ci è evidenziata dal fatto che una figlia del Mancini, Giovanna, nasce a Pisa nel 1863. Nell'ultimo quarto del secolo il Mancini si stabilisce definitivamente a San Vincenzo dove Giovanna, dopo aver contratto matrimonio con Raffaele Federici di origine lombarda, che come finanziere prestava servizio nella locale caserma della Guardia di Finanza, si allontana dal paese per seguire il marito che nel frattempo, dopo aver lasciato la vita militare, aveva trovato impiego nelle Ferrovie.
 

Immagine storica di tre pescatori in spiaggia che trasportano delle ceste piene di pesce.Le poche notizie che ci restano di Agostino Mancini, affidate alla memoria di uno dei suoi ultimi bisnipoti, Romano Federici, ci restituiscono l'immagine assai nitida di un uomo di mare di stampo antico che navigava con ogni tempo poiché la sua vita di pescatore non consentiva riposo. I suoi mestieri che pare non riguardassero la pesca del pesce azzurro, erano le reti da posta, trama gli e bestinare e soprattutto la faticosa "rezzòla" che gli imponeva talora notevoli spostamenti e una notizia, ormai non più verificabile, ci tramanda che il Mancini, nella sua giovinezza vissuta sul mare di Livorno, avesse fatto parte di quella flottiglia di barche coralline che "pescavano corallo per il Granduca".

Altra notizia più certa ci ricorda come questo pescatore, spesso nelle notti d'inverno, mentre faceva vela verso Castiglione della Pescaia, allora povera borgata malarica sul limitare di un grande padule, per calare la sua "rezzòla" sulle sterminate spiagge dove, insieme ad altre fiumare, sfocia l'Ombrone, fosse costretto a prendere terra sulla spiaggia di Scarlino per... raccattare qualche pezzo di carbone dai grandi ammassi di questo prezioso combustibile che erano presenti sulla riva in attesa d'imbarco. Erano quei pezzi di carbone, destinati al braciere di bordo, l'unico mezzo per affrontare il gelo di quelle notti e pertanto gli... scrupoli che i vigilanti dello scalo intendevano frapporre alla... raccolta, non potevano avere gran rilevanza per il robusto e deciso Mancini. Che anzi una notte invitò con decisione manesca, una delle guardie della Fiumara ad accompagnarlo fino a Castiglione onde a tutti fosse chiaro lo stato di necessità che spingeva... al prelievo!

Un altro racconto che poi pare tornare verso la leggenda ci narra di un' altra presenza a bordo di quella barca gelata: un uomo irsuto e di aspetto sinistro, che si era presentato all'imbarco di San Vincenzo in compagnia di un altro figuro parimenti poco raccomandabile, fu ospite, non sappiamo se liberamente accettato o perentoriamente imposto, di Agostino Mancini, in uno dei frequenti viaggi notturni verso le spiagge castiglionesi. Quell'uomo era Domenico Tiburzi, il bandito, che dopo uno dei suoi viaggi nelle terre di Campiglia, dove pare godesse di una qualche protezione, tornava nel cuore del suo regno di forre e di ipogei nelle terre grossetane e viterbesi dove la sua presenza raminga e brutale sconfinava ormai nella leggenda.

Immagine di pescatori che rifanno le reti da pesca sulla spiaggia.Ancora un ricordo ed anche questo è legato ad una notte d'inverno ed è ricordo di naufragio: dopo ore di lotta col mare in tempesta l'albero della barca, stroncato da un colpo di vento, era rovinato sullo scafo distruggendo gran parte della murata e provocando un rapido affondamento. Il Mancini, praticamente nudo, dopo una lunga nuotata afferrato ai rottami della sua barca riuscì a prendere terra, aggrappato ad un remo, non troppo lontano dal paese dove ormai lo davano per morto. Quando il Mancini morì nel 1906 ,già da qualche anno Raffaele e Giovanna avevano fatto ritorno al paese forse proprio a causa delle ormai cagionevoli condizioni di salute del vecchio pescatore.

Negli stessi anni nei quali il Mancini aveva fissato la propria residenza in San Vincenzo, praticamente sul finire del 1860, si era stabilito in paese un altro pescatore, Giuseppe Ferraro che in quanto proveniente da Marciana Marina era conosciuto come "l'Isolano". Giuseppe era figlio di Nicola Ferraro la cui famiglia di origine pozzolana si era stabilita nel paese elbano nei primi anni del 1800 impiantandovi un'attività di pesca di una qualche rilevanza. Giuseppe si era trasferito a San Vincenzo dopo essersi unito in matrimonio con una donna di Campiglia e in quanto proveniente da un luogo ricco di tradizioni di pesca quale appunto era Marciana Marina, aveva portato nel suo nuovo domicilio molte "novità": a lui si deve la comparsa nel mare di San Vincenzo delle prime totanaie e soprattutto la pesca notturna con fiocina e sorgente luminosa ed un impiego particolarmente efficace e razionale dei palamiti.

Alcide, figlio di Giuseppe, continuò l'attività del padre fino al suo trasferimento in Piombino dove aveva ottenuto un posto di lavoro in uno stabilimento metallurgico e si ricorda che lo stesso Alcide nel 1907 nel corso di una delle più catastrofiche alluvioni del fiume Cornia che aveva sommerso l'intero paese di Venturina, allora villaggio di poche case, e la circostante campagna dove ormai sorgevano molte abitazioni coloniche, si prodigò con particolare coraggio nel salvataggio di varie famiglie rimaste isolate. Tanto efficace fu l'aiuto portato dal pescatore che il Consiglio comunale di Campiglia gli tributò un encomio al quale fece seguito il conferimento ministeriale di medaglia di bronzo al Valor Civile. La famiglia Ferraro che cessò l'attività di pesca proprio con Alcide ebbe nel piccolo mondo della marineria da pesca di San Vincenzo una sua ben precisa collocazione dal momento che fu una delle poche a non praticare, se non marginalmente, la pesca del pesce azzurro concentrando la propria attività nell'impiego di reti da posta e di palamiti.

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